Un matrimonio che s’ha da fare?!

Inviato da Alisa il Dom, 25/04/2010 - 18:54
Un matrimonio che s’ha da fare?!

Una “luna di miele” particolare, quella dell’Europa con l’America della presidenza Obama, presentata oggi sul palco del Teatro Pavone, in occasione di un Festival del Giornalismo ormai agli sgoccioli.
Relazioni transatlantiche, introdotte dal giornalista Dennis Redmont, come rapporti complessi, vissuti all’insegna dello slogan “c’eravamo tanto amati”. Stereotipi venuti dal passato e vizi comunicativi che fanno sembrare gli Usa di Obama molto distanti da quell’Europa, così affascinata dal suo personaggio.
Un salotto aperto dalle parole dell’ambasciatore americano in Italia, David Thorne che, accennando alla dicotomia tra objective journalism e opinion journalism, ripercorre la campagna elettorale di Kerry e quella di Obama, riaffermando la già nota rivoluzione comunicativo-politica, portata dal nuovo presidente in Usa.
Un’American Change riversato sul resto del mondo. New media a servizio del multilateralismo e del work in progress per raggiungere i compromessi necessari al mantenimento della sicurezza mondiale: così l’Europa vive della speranza del welfare alla Obama, delle sue politiche sul clima e fa esercizio di pazienza, aspettando che un mito risolva anche la crisi finanziaria.
Un amore folle, quello sostenuto dall’ambasciatore americano ma, una vicinanza e sintonia segnati da una profonda lacerazione, a parere del notevole Marc Lazar. Con lui, quello dell’Europa con gli Usa diventa un matrimonio in crisi, si torna alla concretezza e non al discorso costruito sugli standard della comunicazione della Casa Bianca. La scena si trasforma in un’avvincente lezione di relazioni internazionali, uscendo un po’ fuori dai canoni del festival: rimessi in gioco la geopolitica ed una globalizzazione, che non potrà mai essere la stessa cosa per il vecchio e per il nuovo continente. Le sfide dell’ambiente o la proliferazione del nucleare, come sostiene anche l’ex ambasciatore italiano in America, Sergio Vento, dimostrano che non esistono shared values o shared interests totalmente condivisi: strascichi di bilateralismo affiancheranno sempre il multilateralismo; il passato delle guerre mondiali e della guerra fredda sono destinati ad essere il destino di un etnocentrismo europeo fatto di stati sovrani che, inutile prendersi in giro, resteranno sempre in continua competizione.
L’Europa allora, ha bisogno di crescere, sostiene Andrea Romano de’ Il Sole 24 Ore, concludendo la staffetta. Il vecchio continente dovrebbe imparare ad agire “senza aspettare che qualcuno si accorga di lui”: c’è bisogno di concretezza e di riempire la forma con dei contenuti. Così, se l’Europa non vuole diventare una “provincia museale che non conterà più”, citando Marc Lazar, né essere vittima delle tentazioni storiche americane del ripiegamento, da un lato, e dell’egemonia imperiale, dall’altro, deve innanzitutto mettersi di fronte al fatto che le sue sfide vengono dall’interno.
“Non servono euro-lirici o euro-scettici”, dice Vento, “l’Europa ha bisogno di euro-realisti” a cui non basti il credo di Obama nel multilateralismo. Occorrono scopi funzionali precisi, per arrivare all’indipendenza energetica, alla libertà dagli stereotipi storici puntando a diventare i manager di questa infinita rete di relazioni globali.

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