Giancarlo Sepe: “Dalle cantine ai grandi teatri, sperimentando costantemente”

Inviato da Radiophonica il Dom, 08/12/2019 - 10:54

A cura di Alessandro Ticozzi

In occasione dell’uscita del saggio a lui dedicato da Silvana Matarazzo (Il mondo magico di Giancarlo Sepe, Editrice Zona), il noto innovatore teatrale casertano sunteggia alcuni punti essenziali della sua carriera registica, percorsa sempre coerentemente con la propria originaria vocazione d’avanguardia.

Nel 1966 Lei fondò a Roma il gruppo La Comunità, che a partire dal 1973 dispose di una propria sede: come ricorda i primissimi anni della Sua compagnia?

Nella stagione 1966/67 creai la compagnia Comunità Teatrale Italiana lavorando a Roma nello scantinato di una scuola elementare. Avevo vent’anni e la passione che mi divorava. Furono anni di apprendistato da autodidatta, sostenendo la scena non solo come regista ma anche come attore. Entravo in teatro il pomeriggi e ne uscivo tardissimo, coinvolgendo a volte anche persone che non amavano il teatro ma lo stare insieme. Nel 1972 aprii il Teatro La Comunità, tuttora in piedi e funzionante. In quei primi anni sperimentai la messa in scena di testi classici e no.

 

Ed è proprio dopo aver appunto allestito testi originali e opere del repertorio moderno che il gruppo s'impose con alcuni spettacoli originali quali Scarrafonata (1974), Mascheropoli (1974), In albis (1977) e soprattutto Accademia Ackermann (1978): quali furono le innovazioni che con la vostra ricerca cercaste di portare nel teatro italiano?

 

Le regole della messinscena cambiavano perché misi al centro della mia ricerca il gesto e la musica – oltre ad un uso particolari delle luci – con in aggiunta una tipologia del montaggio teatrale molto vicino al cinema.

Pur continuando a lavorare con il Suo gruppo, inscenando tra l'altro con esso testi di Anton Pavlovič Čechov e di Nikolaj Vasilevič Gogol, grazie al successo ottenuto Lei è stato chiamato a lavorare con compagnie di più affermata professionalità: come ha vissuto un passaggio così difficile come quello dalle cantine ai grandi teatri?

Il successo riscosso mi fece conoscere al grande pubblico e il teatro ufficiale si accorse di me: così gli attori famosi volevano essere diretti per provare nuove idee. Le cose andarono molto bene: certo la mia idea incontrava delle resistenze, ma il passaggio fu indolore. Tra l'altro io non ho mai lasciato fino ad oggi la cantina: il teatro La Comunità è ancora il centro della mia attività.

Tra i Suoi spettacoli mainstream ecco La casa di Bernarda Alba di Federico Garcìa Lorca (1980) e Così è se vi pare (1982) di Luigi Pirandello, entrambi con Lilla Brignone protagonista, Arturo Ui di Bertold Brecht (1984) con Eros Pagni, Vestire gli ignudi (1985) – ancora di Pirandello, ma con Mariangela Melato in qualità di primattrice – e Carmen (2001) di Georges Bizet con Monica Guerritore: come si è trovato a dirigere questi grandi protagonisti del nostro miglior teatro?

Benissimo nei casi che Lei ha citato, anzi direi splendidamente: altre volte no, come è giusto che sia…

Cosa l’ha spinta nel 2006 a recitare in uno spettacolo di cui era anche regista quale L'amante inglese di Marguerite Duras?

Quell’anno Aroldo Tieri per problemi di salute non fu in grado di sostenere la ripresa di quella messinscena ed io mi proposi di sostituirlo per non mandare in fumo la stagione...

A più di settant’anni che bilancio tra della Sua vita personale e professionale?

I bilanci sono buoni: sono un vecchio realizzato.

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