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TANA LIBERA TUTTI

È il 17 Ottobre.
Domani è un giorno importante, un giorno che aspettiamo da tanto.
Ieri sera a tavola c’erano tutti e così abbiamo mangiato insieme. Era un po’ che non succedeva. Con noi c’era anche la zia Carla, che poi è voluta rimanere a dormire a casa nostra. Mentre mangiava ha detto che non le importava se era pericoloso passare la notte lì,
che voleva rimanere con noi, voleva restare.
Poi, mentre alla televisione il telegiornale stava parlando del processo, qualcuno ha suonato alla porta.
Ha suonato due volte.
Subito mamma ha lasciato la forchetta e si è fermata, come se le avessero fatto una foto, ed è rimasta immobile, e con gli occhi ha guardato dietro gli occhiali di papà. Il vapore del brodo e dei tortellini glieli aveva appannati tutti.
Anche la zia Carla ha alzato la testa di colpo e si è immobilizzata come una statua di cera. Nessuno ha detto niente, nessuno parlava. Federica ha iniziato a piangere, e Tommaso invece ha continuato a fissare la televisione come se non avesse sentito.
Io invece avevo paura, non so perché. Ma avevo paura.
Ma di cosa dovevo aver paura? Avevano solo suonato il campanello.
Non era niente, non c’era motivo di spaventarsi.
Però era come quando resti in silenzio dietro la porta, come quando giochi a nascondino, senza respirare, per non farti sentire.
E io invece volevo tanto che qualcuno rompesse quel silenzio e che dicesse qualcosa o che qualcuno venisse lì e dicesse: “Tana libera tutti!”.
Papà allora si è pulito la bocca con il tovagliolo e poi si è alzato.
Si è alzato come fanno le persone normali, come fanno tutti,
come l’ho visto fare tante volte al padre di Concettina, quando andavo a pranzo a casa sua e il nonno arrivava sempre mentre stavamo mangiando.
Papà si è alzato per andare ad aprire la porta. Proprio come fanno tutti.
Ieri però non c’era Concettina, non eravamo a casa sua e non stavamo neanche a casa nostra, ma mentre papà attraversava la sala, ci siamo alzati tutti e lo abbiamo seguito, tutti insieme, ed eravamo tutti vicini, uno a fianco dell’altro, anche se lui aveva detto a bassa voce: “Restate qui.”
Non so perché ci siamo mossi tutti quanti. Per andare ad aprire la porta poi.
Ma era come se aspettassero la visita di qualcuno, di un familiare, di un vicino. Che però non sapevano chi fosse, o perché fosse venuto proprio a quell’ora.
Per quello mi sono alzato anch’io, per vedere chi era che rompeva. E poi non mi andava di restare da solo a tavola.
Mamma teneva Federica e Tommaso dietro le sue gambe e loro si tenevano ai suoi pantaloni. Io invece mi sono infilato tra il muro e la zia Carla, mettendo fuori solo la testa, e con le mani provavo ad aggrapparmi alle piccole fessure dello stipite. Da quando siamo venuti a stare qui non mi ero mai accorto che fossero così profonde, e che dentro ci fossero quei morbidi baffi neri che fanno il solletico alle dita.
Papà era lì davanti alla porta, con il suo tovagliolo rosa ancora in mano.
Ho pensato: “Chissà se adesso lo farà scomparire?!”. Lui di notte può diventare un mago, ed è capace di far sparire le cose, come quella volta quando ha fatto scomparire una carota dentro al cappello di Tommy e lui non riusciva a crederci!
Poi papà ha detto: “Chi è?”, ma nessuno ha risposto. Così ha ripetuto la domanda, con un tono un po’ più forte, ma da dietro la porta nessuna risposta.
A quel punto papà ha afferrato la maniglia con la mano, l’ha abbassata, e ha fatto come per aprire. Però prima si è girato un momento verso la cucina, e ci ha visti lì, tutti insieme. Allora ha fatto un segno alla mamma e lei subito ci ha presi per mano e ci ha detto: “Venite, andiamo nell’altra stanza, aspettiamolo di là papà!”.
La zia invece non voleva venire, e con gli occhi ha detto alla mamma che lei restava lì, che non le importava se era pericoloso.
Come al solito Tommaso si è buttato sul letto e Federica è rimasta attaccata ai pantaloni di mamma. Io invece non sapevo che fare, e ho visto mamma accostare la porta e rimanere con l’orecchio ad ascoltare cosa succedeva di là.
Abbiamo sentito la porta di casa aprirsi e poi solo l’aria che dalle scale arrivava dritta in camera nostra, come quando mamma lava i pavimenti e lascia le finestre aperte per farli asciugare prima. Anzi no, è arrivato anche un buon profumo di fiori insieme all’aria.
Poi di nuovo il rumore della porta. Che si chiudeva però.
Zia deve aver detto alla mamma che potevamo tornare di là. Però deve averglielo detto sempre con gli occhi, perché io non ho sentito parlare nessuno. Deve aver fatto come prima papà aveva fatto con mamma.
Chissà se lo fanno perché sono fratello e sorella? Chissà se io e Tommaso riusciremo a fare lo stesso un giorno? E se invece Federica saprà fare qualcos’altro. E se sarò io a fare qualcosa di diverso? Forse potrò parlare con le orecchie, e magari riuscirò anche a muoverle! Oh! Sarebbe bellissimo poter sentire la voce uscire dalle proprie orecchie, così forse non diremmo più sciocchezze perché sentiremmo direttamente quello diciamo!
Quando mamma ha aperto la porta e stava per uscire con in braccio Tommaso io sono corso via, e mi sono precipitata in salone. Volevo vedere, volevo vedere se era entrato qualcuno, volevo vedere papà, volevo sapere chi era, se aveva detto qualcosa, se aveva lasciato qualcosa, se era un amico un parente, il vicino, e se era lui che cosa voleva, perché era venuto a quell’ora senza dire nulla e dirgli: “non lo sa che a quest’ora ceniamo come tutte le famiglie normali?!Perché non ci ha avvisato prima?”...e invece sono entrato in sala e mi sono bloccato all’improvviso e ho detto: “Papà!”
Era proprio di fronte alla porta, fermo, e guardava verso di me.
In una mano aveva un fiore. Un fiore bianco, e lungo.
Nell’altra invece una spada, con la lama curva e sottile.
E guardandomi sorrideva.
Io sono rimasto immobile, senza dire una parola, senza fare un gesto. Come una pietra. Sentivo a mala pena il mio respiro saltare da un ramo all’altro dentro i miei polmoni, come se stesse inseguendo uno scoiattolo.
E il mio cuore non smetteva più di rimbalzare ovunque dentro di me.
Allora ha cominciato ad avvicinarsi, anche lui senza dire nulla.
Solo guardandomi e sorridendo.
Camminava e a ogni passo vedevo il suo sorriso sempre più vicino, a ogni passo sentivo sul mio viso nascere e crescere lo stesso sorriso che vedevo in lui.
Quando è arrivato davanti a me, mi ha preso tra le sue braccia e mi ha stretto, dicendomi sottovoce: “ Hai avuto paura?”
Io ho cominciato a piangere e senza farmi sentire troppo gli ho risposto: “ Sì.”
Allora mi ha lasciato e ha preso le mie mani tra le sue, e guardandomi dritto negli occhi mi ha detto: “Anch’io ho avuto paura, ma ogni volta che ho paura mi ricordo sempre quello che un giorno mi disse mio padre, un giorno che come te questa sera, avevo avuto paura. Mi disse, quando ti capiterà di avere paura, ricordati sempre di guardare subito le tue mani, perché in una vedrai una lunga e forte spada, nell’altra un fiore bianco e profumato, e in qualunque situazione ti troverai, ricordati che avrai sempre questi due fedeli amici con te. La spada per sentire la tua forza. Il fiore bianco per ascoltare il tuo cuore”.
Le lacrime mi si erano fermate improvvisamente, e sentivo il mio cuore tornare a battere lento e il respiro farsi lungo. Era cresciuto. Si era fatto grande. E così l’ho di nuovo abbracciato.
Era così bello stare tra le sue braccia, mi sentivo protetto, sentivo che lì nessuno avrebbe potuto farmi nulla, lì nessuno avrebbe potuto passare oltre quella spada e quel fiore. Papà non aveva fatto entrare nessuno, era rimasto lì sulla porta, e quello se ne era andato. Gli aveva detto: “Tornatene a casa tua! Qui non ci devi venire!Hai capito?” E quello se n’era andato, perché lo sapeva che papà non lo avrebbe fatto passare. Aveva visto la spada e il fiore, e quello lì una spada e un fiore così forti e così belli non ce li aveva. E siccome non ce li aveva se n’era dovuto proprio tornare a casa sua. A farseli fare meglio dal padre! Chissà se il suo è forte come il mio! Sicuramente no, perché sennò non se ne sarebbe andato via! Almeno avrebbe combattuto! Io quando sarò grande voglio essere come mio papà così quando ho paura posso portare con me la spada e il fiore bianco.
Poi mi sono staccato da lui e proprio in quell’istante ho iniziato a vedere tanta luce intorno che diventava sempre più chiara, sempre più brillante e quasi non riuscivo più a vederlo.
Anche la sua voce mi sembrava più lontana, e mentre continuava a dire qualcosa che non riuscivo a capire, un altro suono cominciava a riempire lo spazio intorno a me, una voce credo fosse, che pian piano si avvicinava alle mie orecchie e si faceva più chiara. Ho scosso la testa come a cacciare un fastidioso moscone e a quel punto ho sentito la mamma che accarezzandomi i capelli mi diceva: “Andiamo a letto. Ti sei addormentato sulla scrivania mentre scrivevi. Guarda quanto hai scritto! Chissà quali avventure avrai vissuto! Adesso però è ora di dormire, domani dobbiamo alzarci presto, ci aspetta una lunga giornata. Domani è un giorno importante. Domani, forse, tutto questo finirà.

Domani forse l’imprenditore calabrese Giuseppe Masciari, o Pino, come tutti lo chiamano, riavrà la scorta e verrà reinserito nel programma speciale di protezione insieme a tutta la sua famiglia.
Nel 1988 Pino Masciari eredita dal padre l’impresa “Masciari Costruzioni”.
Contemporaneamente iniziano le estorsioni da parte della ‘ndrangheta e dei politici collusi con l’organizzazione criminale.
Due anni dopo, nel 1990, decide di ribellarsi a tali pretese subendo le prime ripercussioni in ambito lavorativo e familiare. Uno dei suoi nove fratelli viene avvicinato da alcuni sconosciuti che gli sparano alle gambe.
Nel 1994 licenzia tutti gli operai delle sue ditte e inizia il suo percorso come testimone di giustizia, denunciando più di 500 persone tra mafiosi e politici corrotti.
Il 18 Ottobre 1997, valutata la vastità dei racconti e dei personaggi accusati, i giudici della Direzione Distrettuale Antimafia lo sottopongono insieme a tutta la famiglia a uno speciale programma di tutela.
Da allora Pino Masciari ha portato in giro per l’Italia la sua esperienza e il suo esempio all’interno di un programma sulla Legalità, sulla Giustizia e sulla Lotta alla Mafia.
Dal 19 Settembre 2008 il Presidente della Commissione Centrale di Protezione, Alfredo Mantovano, ha autorizzato Giuseppe Masciari “a muoversi in autonomia e con mezzi propri”, per recarsi a conferenze e incontri pubblici. Lo Stato Italiano, cioè, gli ha revocato la scorta. A difenderlo solo un gruppo di volontari civili disarmati che lo seguono e lo accompagnano ovunque vada. Tra cui Federica e Tommaso.

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